Vi voglio proporre una lettera di una signora (tratta sempre dal sito di BIMBI E MEDIA), che mi sembra molto interessante anche per avviare una discussione a scuola:
Egregio dottore, Gioia è mia figlia. La quarta dopo tre maschi. Bellissiama e dolcissima. Ma cicciottella. Non so proprio come fare a tenerla a dieta. Frequenta l'asilo mangia in mensa, ho vietato alle cuoche di darle il secondo piatto di pasta e cerco di controllarla a casa. ma c'è un ma. Gioia è nata nel marzo del '97, è alta 115 cm e pesa 27 Kg. Tanto, troppo. E' così difficile spiegare che il panino al prosciutto che i suoi fratelli si sbranano, per lei è vietato, che alle feste non può prendere due fette di torta. Ho provato a portarla da una dietologa infantile, ha prescritto passato di verdura tutte le sere, che è un supplizio, con i piatti fumanti di pasta al pomodoro davanti. Mi sono messa a dieta con lei. Niente. Mi sgrana quegli occhioni verde mare e mi dice "ma io ho fame", e al contempo si guarda nello specchio e dice "guarda che panciona". A scuola qualcuno l'ha presa in giro, non vuole più andare a ginnastica artistica perchè l'insegnante le ha detto che non ha il fisico, la porterò a nuoto, ma non so cosa risolverò.
Ho paura che soffra per l'ignoranza degli adulti che educano figli imbecilli, ma si sa, i bambini sono spietati. Inoltre ho una conoscente anoressica, e le assicuro che sono terrorizzata. Gli altri figli sono normopeso. Non so più cosa fare. Può darmi un'indicazione, un incoraggiamento, sgridarmi per non essere stata in grado di dare un'educazione alimentare a Gioia? La ringrazio.
La lettera di questa mamma mi ha colpita perchè mi sembra che sfiori un problema non indifferente: da una parte la difficoltà di imporre una regola alimentare a tutti gli individui, già da bambini (in realtà credo che c'è chi nasce con la fortuna di avere un metabolismo che funziona bene e chi non possiede questo stesso dono!!); in secondo luogo però riscontra una inciviltà, mancanza di rispetto nei bambini che sicuramente viene inculcata loro dai genitori (guarda quanto è grassa quella!!). Ma insomma è così difficile accettare qualcuno senza far rimarcare la sua diversità, senza far diventare un problema quei chili di troppo, che già pesano abbastanza a chi li ha?
A proposito della potentissima influenza dei Media sulla nostra alimentazione ( come su tutta la nostra vita!), ho trovato un articolo molto interessante che mi ha colpito ancor di più in quanto mamma, ve lo propongo:
Bimbi a letto senza tv.
La pubblicità fa male ai bambini.
Da una ricerca dell’European heart Network risulta che un bambino nel 2004 ha visto ben 27 mila messaggi contro i 25.000 del 2000. sette spot alimentari su 10 sono su prodotti ricchi di grassi, zucchero, sodio, contro 2 di frutta e ortaggi.
Un bombardamento che influenza i comportamenti dei bambinio:
il 69% mangia cibi di cui ricorda lo spot e l’81% chiede di acquistare prodotti specifici. Numeri poco preoccupanti se in Italia non avessimo gli indici più alti di obesità (4%) e di soprappeso (20%) nella fascia di età 6-17 anni.
Stante alla situazione, perché mamma e papà non spengono la TV almeno un giorno a settimana?
La Repubblica Salute p.5 del 19/5/2005
di seguito vi riporto anche il sito nel quale ho trovato l'articolo e dove c'è molto altro ancora sull'educazione alimentare.
http://www.giustopeso.it/xxeducazionealimentareperbambini.htm
Di seguito alcuni libri che affrontano il tema del difficile, non per tutti ovviamente, rapporto con il cibo
A.Arachi Briciole. Storia di una anoressia
P. Cadonici, Cibo costume e dintorni
S. Levenkron, La ragazza perfetta
http://www.stradanove.net/news/testi/libri-00b/lacac2408001.html
R. Göckel ,Donne che mangiano troppo
Quando il cibo serve a compensare i disagi affettivi
A. Nothomb, Biografia della fame
http://www.girodivite.it/Amelie-Nothomb-Biografia-della.html
Ciao a tutti,
Ilaria che non riesce a collegarsi ad Internet, mi ha chiesto di girare un po' di link; però per non riempire troppo la colonna dei link (che è già ben "nutrita") ho pensato di inserirli tutti in questo post.
Quindi di seguito link a istituti medici e istituzioni che si occupano di disturbi alimentari:
www.lswn.it/nutrizione/centri_disturbi_comportamento_alimentare/regioni/lombardia
http://www.anoressianervosa.it/
http://www.villesansecondo.it/disturbi/disturbi_alimentari.htm
http://www.cestep.it/DCA_frame.htm
c'è uno spettacolo teatrale interessante della Compagnia Quelli di Grock che si intitola Quasi perfetta (uno spettacolo sull'anoressia) per i ragazzi dai 12 anni in su.
http://www.quellidigrock.it/spettacoli/spettacoli.php?tipo=ragazzi&spe=35
Mi sembra interessante segnalarvi un libro non recentissimo che tratta dal punto di vista antropologico- culturale il rapporto con il cibo e con l'alimentazione. Molte pagine sono dedicate anche ai disturbi dell'alimentazione ma visti e indagati secondo una nuova prospettiva che getta a mio parere una luce interessante sui DCA e le loro origini. Capire e indagare in una ottica olistica credo possa essere utile sia a chi soffre di DCA, sia ai famigliari alle prese con parenti sofferenti, ma penso sia importante anche per sensibilizzare tutti a un problema spesso legato proprio al "non saper vedere".
il libro è di I. Brugolo, G. Ferraro, Caterina Schiavon, M. Tartari, Al sanque o ben cotto. Miti e riti intorno al cibo, Meltemi edizioni, 1998 e il capitolo che più si interessa ai problemi alimentari è quello intitolato Sono ciò che non mangio che propone l'analisi dei casi di anoressia e bulimia( soprattutto adolescenziali) secondo gli strumenti di lavoro propri della narratologia, ovvero la scienza che ci svela, tra le altre, la struttura base di un testo narrativo, come ad esempio le fiabe.
Per gli autori su una situazione iniziale interviene una azione di danneggiamento e, continuo citando, "il danno avvenuto segna l'inizio di una relazione conflittuale che non concederà al soggetto di acquisire padronanza su se stesso e sulla realtà che lo circonda. Egli non viene così in possesso, se non in forma imparziale e imperfetta degli strumenti necessari per accedere alle modalità fonda,mentali del sapere e del potere. giunge quindial delicato momento di passaggio fr infanzia e adolescenza privo di strumenti adatti a comprendere se stesso e la realtà circostante; rifiuta il modello che genitori e adulti in genere incarnano, ma non è in grado di proposi alcuna alternativa. A questo punto la comunicazione tra sè e il resto del mondo viene a mancare ed egli manifesta il suo profondo disagio attraverso il rifiuto o lo scempio del cibo..... la terza sequenza è la più interessante... il soghgetto mette in scena una vera e propria rappresentazione laterale di se stesso e della realtà. per sostenere "il gran rifiuto" è costretto a crearsi, con i limitati strumenti che sono in suo possesso, una sorta di storia alternativa all'interno della quale porsi come unico demiurgo. Egli però dispone di un sapere e di un potere imperfetti e parziali: avvertendono i limiti si sforza di enfatizzarli. al tempo stesso , poichè ha rifuttato di aderire ai modelli proposti dalla generazione adulta, manca di un proprio autonomo dovere e volere. Succede allora che egli attui tali modalità in maniera del tutto distorta.... Il comportamento dei soggetti affetti da disturbi alimentari appare caratterizzato dal bisogno di esecitare un controllo totale su loro stessi e sulla realtà che li circonda. Proprio perchè si scoprono privi di padronanza interna, essi cadono in totale passività sentendosi in potere di tutto ciò che (come il cibo) viene da fuori. Intuendo la propria incapacità di dominio profondo essi traspongono tutta la loro forza nell'attuazione di un controllo di superficie attuato in due direzioni: verso il loro corpo e verso la realtà circostante. In entrambi i casi il controllo è ossessivo, faticoso e lesivo".
le conseguenze poi le conosciamo.
e purtroppo, se pur inizia come una fiaba, non sempre va a finire in un bel "e vissero felici e contenti"...
La scorsa estate ho letto un libro di Andrea Camilleri "Le pecore e il pastore", in cui si racconta un fatto storico realmente accaduto nell'Agrigento degli anni 60. In occasione dell'attentato contro l'allora vescovo locale 10 monache del convento di clausura di un paesino della provincia, le più giovani, offrono la loro vita al Signore in cambio di quella del loro pastore. Si lasciano morire di fame e di sete, si vanno spegnendo una dopo l’altra.
quando ho letto il libro, che comunque non è un testo storico, ma un romanzo mi aveva colpito molto l'idea del rifiuto del cibo come mezzo per comunicare con Dio, adesso cercando materiale per questo argomento ho scoperto che l'anoressia intesa come volontario rifiuto del cibo è spesso stata legata all'esasperazione del misticismo soprattutto in età medievale.
Addirittura in un altro libro “La santa anoressia. Digiuno e misticismo dal Medioevo a oggi” (Laterza, 1985) Rudolph M. Bell riconduce all’anoressia il digiuno mistico delle sante in epoca medioevale; esamina 261 casi di donne, riconosciute dalla Chiesa Cattolica come sante, beate, venerabili o serve di Dio, vissute tra il 1200 in Italia, la cui morte avvenne per ”diretta conseguenza della fame dovuta a dure astinenze”. Così tra l’altro, Santa Chiara, fondatrice dell’ordine delle Clarisse Povere, morta per denutrizione nel 1253, dopo essersi nutrita per dodici anni solo dell’ostia consacrata e aver rinunciato, negli ultimi anni della sua breve vita, anche all’acqua.
L'anoressia è fame di affetto, di accettazione, di conferma, è un disturbo che nasce e si giustifica in ambito familiare, con i difficili rapporti con i genitori.
Ma è anche vero che la nostra società sollecita molto atteggiamenti alimentari sbagliati, bombardandoci continuamente di immagini di donne bellissime ma irragiungibili.
A questo proposito colgo l'utile consiglio del mio prof., che mi ha suggerito un libro della dott. ssa Silvia Ladogana dal titolo "Lo specchio delle brame. Mass media, immagine corporea e disturbi alimentari" . L'autrice parte da Tajfel, che fu uno dei primi studiosi ad elaborare la teoria dell'identità sociale, secondo la quale "l'individuo ricava una parte consistente dell'immagine di sè dall'immagine che ha dei gruppi ai quali appartiene...".
Ovvero sia, in modo un po' semplicistico: l'immagine che ho di me riflette quella delle persone che mi circondano (tutte belle, snelle, gambe lunghissime e sedere sodo..), ma se poi la mia immagine ideale si scontra con una realtà a dir poco diversa ecco che mi creo un sacco di problemi!
Tornando al libro, la dott.ssa Ladogana fornisce un percorso delle teorie più accreditate che hanno studiato i processi di costruzione dell'identità e l'influenza che i mezzi di comunicazione esercitano su di essa. All'interno del ragionamento particolare attenzione è dedicata ad alcuni temi, come per esempio l'adolescenza, periodo caratterizzato da un rapporto difficile tra identità e corporeità.
E' normale che se c'è uno scontro tra la mia immagine ideale (ciò che vorrei essere) e la mia immagine ideale (ciò che sono) le persone più a rischio sono gli adolescenti, che già attraversano una fase della vita di per sé molto difficile e travagliata.
...Ma poi perchè mai la televisione, i giornali, la pubblicità continuano a proporci merendine, cioccolati, cibi buonissimi che ti fanno ingrassare già solo a guardarli, se poi ci vogliono tutte taglia 38??
E' interessante il sito curato dal Dott. Matteo Mugnani, una storia dell'Italia vista attraverso il cinema.
http://www.matteomugnani.com/Cinema_cibo.htm
ho trovato due film, che potrebbero essere interessanti, sul tema dell'anoressia...ora non resta che guardarli!
Vittorio - un personaggio antipatico come pochi, interpretato dallo scrittore Vitaliano Trevisan - è alla ricerca di una donna, o, come dice lui, di un corpo e di una testa, nell’ordine. Trova invece in Sonia prima la testa, e poi il corpo. Approssimativamente tra i 55 e i 57 kg. Troppi. Il film racconta la loro storia, il loro incontro e poi la loro difficile convivenza. Vittorio vuole modellare a suo piacimento il corpo della compagna: la sua è una vera e propria ossessione. Solo quando avrà perso almeno 10 kg potranno cominciare a vivere. Come un fiore senz’acqua, pian piano la ragazza appassisce. La bilancia segna un’inesorabile perdita di peso. L’unica traccia d’amore forse è proprio lo slancio di Sonia: annienta se stessa e i propri bisogni elementari per fare spazio ai desideri di quell’uomo che a malapena conosce, si autoinfligge pranzi e cene a base di carotine e insalata per realizzare i sogni (le manie) di Vittorio. E renderlo un po’ meno triste.
Ma può una relazione basarsi sull’annientamento di sé, sulla prepotenza, sul sogno di perfezione, di un corpo che rispecchi un ideale?
La risposta sta nel finale, inevitabile. E indecifrabile: happy end o tragedia? Dipende solo e soltanto dal punto di vista.
“Primo amore” è un film sulla perdita, senza fronzoli e senza pretese di spettacolarità.
Lasciarsi tutto alle spalle, perdere ogni contatto con il passato. E quando sembra non sia rimasto più niente, continuare a scavare, togliere lo strato di catrame che riveste la superficie delle cose, e bruciare tutto nel fuoco. Quello che resta è la cosa più importante.
E’ un film di 26 minuti, prodotto con meno di 500 euro e i cui lavori sono durati 2 anni. Oltre ad essere un film è un'impresa emotiva, un progetto che si realizza sia per le attrici, che raccontano la loro vera storia di anoressia attraverso il loro corpo, sia per la produzione. I proventi della vendita del film andranno a finanziare i progetti di AINS onlus in Guatemala
Presentazione. Inizialmente "Quel che resta del corpo" doveva essere un libretto fotografico che avrebbe dovuto raccontare, con le foto appunto e con le parole, un dramma della società moderna: l'anoressia. Ma come ogni progetto artistico và inteso dinamicamente: il progetto del libretto viene così sostituito da un DVD composto da un cortometraggio, una galleria di immagini e una sezione di testo.
Il cortometraggio è il racconto della storia delle due protagoniste, Maura Degni e Mariateresa Lorusso. La cosa straordinaria è proprio questa: le due protagoniste raccontano la loro storia in un film, quindi la loro "recitazione" è un calarsi dentro loro stesse per raccontarsi drammaticamente al pubblico.
SInossi Il corpo è per natura ambivalente. E' in grado di essere una cosa, e contemporaneamente anche l'altra. E' l'Occidente, la sua società, ad aver scisso ogni ambivalenza, spingendo le due polarità in perfetti opposti: il bene e il male, il giusto e lo sbagliato, il bello e il brutto, la salute e la malattia. Una polarità positiva, l'altra negativa.
Il disturbo del comportamento alimentare, che ha nell'anoressia (ma anche nella bulimia) il suo apice, è uno dei simboli di questa scissione: è una malattia, per cui sarebbe da inscrivere nella polarità negativa. Eppure l'anoressia è la risultante del tentativo di raggiungimento delle polarità opposta, quella positiva: la perfezione, la bellezza, l'essere apprezzati, in definitiva una lotta d'amore. Stridente contraddizione.
Il rifiuto del cibo è, infatti, il rifiuto del nutrimento, di ogni nutrimento: nutrimento affettivo, relazionale, di vita sociale, d'amore.
Quel che resta del corpo vuole, raccontando una storia vera, parlare di questa contraddizione e dirci che la strada passa per l'accettazione della nostra originaria ambivalenza. Quell'ambivalenza che proviene dal fondo pre-storico da cui un giorno ci siamo emancipati ma non per sempre.